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Il Giuramento di Annibale 
Le Brigate Rosse: un vertice di osservazione psicoanalitico
di Adriano Voltolin

Recensione di Roberta Salardi

 

Errori politici e trappole della psiche.

(Una lettura psicanalitica di alcuni comportamenti nell’azione politica)

Non si può dire che Adriano Voltolin nel Giuramento di Annibale (Mimesis, Milano 2017) faccia la psicanalisi di singoli componenti delle Brigate rosse, non avendoli né conosciuti personalmente né tantomeno avuti in analisi. Intanto ne inquadra le azioni nel contesto storico e sociale di appartenenza, nel contesto delle idee che attraversavano in quegli anni pieni di fermenti sia la sinistra sessantottina sia i gruppi più tradizionali della Partito comunista e della Chiesa cattolica.

Nonostante l’apertura degli orizzonti e lo slancio verso grandi cambiamenti propri della contestazione alla politica colonialista, dei movimenti terzomondisti, del Concilio vaticano secondo, il governo italiano era bloccato dall’egemonia dello stesso partito conservatore, la Dc. In ambiente cattolico, per esempio, dove pure si respirava aria nuova, vigeva per certi versi una specie di psicosi d’assedio nei confronti dell’ideologia comunista.

Quanto più la situazione appare bloccata, tanto più si riduce la possibilità della mediazione, del dialogo, dell’opposizione ragionata in base a cui trovare soluzioni condivise. Questo, il punto di partenza. Scrive Barbara Balzerani: “… l’arretratezza di un paese bloccato ci ha consentito di nascere, durare più di un decennio, condizionare e attrarre consenso. Come non fossimo in uno dei paesi del ricco occidente ma sui monti di qualche Sierra.” (Perché io, perché non tu, DeriveApprodi, Roma 2009,  pag 90). Nella vita del singolo individuo la reazione di fronte alla mancanza di ascolto delle proprie esigenze si può tradurre in quello che si chiama “attacco al legame”.

Nella teoria di Melania Klein e di Wilfred Bion, psicanalisti che si sono soprattutto concentrati sul rapporto preedipico con la madre, quindi sul funzionamento della parte più arcaica dell’inconscio, se la madre non si mostra sufficientemente buona e capace di una reverie tale da restituire in forma tollerabile per il bambino la sua insoddisfazione, dovuta a una profonda invidia rivoltale in quanto seno nutritivo, se la madre respinge, non capisce o non riesce in maniera sufficiente a rispondere con una psiche aperta a questo remoto, profondo rancore, e se il bambino da parte sua non possiede una minima tolleranza alle frustrazioni anche contingenti (capacità negativa), il rapporto diventa infernale, ovvero la guerra, l’ostilità dichiarata, la contrapposizione totale.

Ogni tentativo di avvicinamento risulterà impossibile, vissuto come un’aggressione da parte di un nemico. Per cui i tentativi di ricomposizione, le persone che si presentano come mediatrici vengono respinte o aggredite loro per prime. Nell’attacco dei brigatisti  al potere vigente, secondo Voltolin, non a caso venne scelto come bersaglio Aldo Moro, proprio perché rappresentava il compromesso, l’elemento di mediazione fra un blocco conservatore molto rigido e un’opposizione debole e contestata; così come durante il fascismo un’azione dei Gap aveva colpito Aldo Resega, un membro dell’ala moderata del fascismo meneghino, “quella che cerca la ricomposizione del blocco borghese” (Voltolin, pag 148).

Un altro meccanismo psicologico che ha giocato un ruolo decisivo negli anni di piombo è stato il richiamo a un’epoca ideale della storia sconfessata dai compromessi e dalla mediocrità del dopoguerra, richiamo che si traduceva per diversi individui nell’identificazione in una figura di padre idealizzato.

La storia era cambiata velocemente e i padri veri e propri non potevano più svolgere quel ruolo di guide posseduto nella società contadina; si mostravano deboli, inseriti nel meccanismo alienante del lavoro industriale, contestati dai figli ribelli, ma spesso non mancavano nelle famiglie più politicizzate nonni o zii forti e leggendari, custodi di una storia nobile e gloriosa (la Resistenza, le lotte del movimento operaio), traditi dal presente. Il tema del padre da vendicare (esplicitato nel volume di Voltolin nel titolo stesso, che richiama il giuramento fatto da Annibale al padre Amilcare contro i romani), della Resistenza tradita o, in campo cattolico, del Vangelo tradito a causa degli enormi compromessi in cui si dibattevano i principali istituti eredi della Resistenza, diventa l’obiettivo fondamentale della lotta armata, sia per i componenti di formazione marxista sia per quelli d’ispirazione cattolica.*

Prospero Gallinari e Alberto Franceschini ebbero padri militanti seri e ordinati ma fu sui nonni forti e leggendari che furono proiettati gli aspetti idealizzati della Rivoluzione e quindi una figura del padre incorrotta di cui riattualizzare il messaggio. L’oscillazione “tra un bene/nonno, che è tale perché soddisfa il proprio desiderio di rivoluzione come ritorno a una stato di benessere globale, e un male/padre che consiste in una frustrazione del desiderio di totalità e nella riproposizione di una realtà fatta di aspirazioni non soddisfatte e di penoso lavoro di elaborazione, può essere vista come la causa dell’impiego massiccio dell’identificazione proiettiva che supplisce a insufficienti scissioni primarie” secondo gli studi di Melania Klein e di Donald Meltzer (Voltolin, pag 39)**. L’identificazione proiettiva e l’idealizzazione sono meccanismi infantili che, pur presenti nel comportamento adulto e nei movimenti della storia, possono alterare l’obiettività di chi agisce, dal momento che le condizioni del successo in un dato periodo storico possono non ripetersi a distanza di decenni.

I sessantottini, terzo gruppo di provenienza della formazione brigatista, fanno un riferimento più generico alla condizione degli oppressi in varie parti del pianeta e nella storia. Scrive Balzerani a proposito delle sue origini: “A pensarci, da tanto non so più da dove vengo. Forse da una barca portoghese di pescatori di corallo lungo le coste della Calabria. Forse dai monti del biellese con gli eretici di Dolcino sfuggiti all’inquisitore.

O dai fecondi altopiani kenioti, in fuga dai predoni bianchi. Le vicende del mondo mi sono entrate dentro, mi hanno attraversata come una carta geografica aperta, e mi sono ritrovata in ogni Vietnam senza attraversare nessuna frontiera. In ogni piega della grande avventura umana ho messo su casa, orientando la porta d’ingresso verso la sorgente del sole. Sapevo di essere sulla strada e non volevo farmi trovare da un’altra parte quando sarebbe arrivato il futuro. Quei raggi di ogni dove mi hanno raggiunta, contaminata. L’anima ne è uscita tanto solcata da poterci passare le dita dentro e la pelle scurita, ispessita, meticcia” (Lascia che il mare entri, DeriveApprodi, Roma 2014, pag 6). L’ex brigatista nei diversi suoi libri si mostra sensibile alle ingiustizie di guerre, condizione operaia, speculazione edilizia, inquinamento planetario, così come al riconoscimento di un ordine benevolo del mondo che appartiene alla natura.

Dal lato pratico, a incoraggiare la presa delle armi entrò in gioco banalmente il collegamento con la microcriminalità contigua alla classe lavoratrice nelle grandi città (come accadde ad Alberto Franceschini e Pierino Morlacchi), da sempre mitizzata dagli umili, che vedevano il riscatto della propria dignità negata in alcune figure di grandi criminali, banditi, briganti (tema sfiorato pure da Benjamin Angelus novus); tale contiguità rese ad alcuni militanti più facile il passaggio al mondo dell’azione armata, che salta le mediazioni e la sofferenza del pensiero (Voltolin, pag 37).

Ragioni ideali e occasioni contingenti a parte, Voltolin individua in alcune decisioni dei vertici delle Brigate rosse meccanismi psicologici che impedirono di avere una visione più lucida e ampia della complessità del presente e portarono a una sconfitta totale che, forse, con altre scelte sarebbe stata meno grave. Cruciale, per Voltolin, fu la decisione di uccidere Aldo Moro, secondo quanto si evince anche dalle parole dello stesso dirigente brigatista Mario Moretti  (Brigate rosse. Una storia italiana, Mondadori, Milano 2007).

La risposta di Moretti a Rossana Rossanda e Carla Mosca nel suo libro-intervista (“Non eravate in grado di far capire ai vostri militanti che un punto era stato segnato, una contraddizione aperta e che, liberando Moro, rilanciavate sul piano politico?”) fu: “… qualsiasi cosa fosse successa dopo che avessimo lasciato libero Moro… sarebbe stata la fine della lotta armata, ammettere che la lotta armata non può vincere” (pag 178). La lotta armata diviene autoreferenziale. Questa fermezza immodificabile riflette la posizione infantile dell’impossibilità della separazione dal seno se non al prezzo del venir meno della vita. L’oggetto interno (in questo caso la lotta armata) non può essere scalfito da nulla e per essa tutto è giustificato (Voltolin, pagg 40-41).

Balzerani, nei suoi ripensamenti molti anni dopo, nei libri scritti in carcere e successivamente, riflette che al momento dell’omicidio di Moro mancò la parola: “Eppure se avessero spinto su una soluzione politica ci avrebbero stanato e costretto su un piano in cui solitamente le armi tacciono. Niente di più complicato da immaginare, ma banco di prova doveroso se non fossimo stati nelle mani di tatticismi del giorno dopo (…) Facemmo l’ultimo tentativo di rompere il muro che ci impediva di uscire da una strada obbligata. Telefonammo alla famiglia del nostro prigioniero.

Era pericoloso farlo. Potevano intercettarci ma ci andammo anche come fosse un dovere, oltre che un atto politico. Chi stava a sentire avrebbe potuto capire che c’era un varco in cui la parola aveva la forza di niente altro. Non fu pronunciata, neanche sussurrata. La fermezza a ogni costo, anche della rovina.

Come in risposta a logiche altre rispetto a quanto succedeva.” (Perché io, perché non tu, pag 89). Balzerani si riferisce soprattutto al rifiuto degli interlocutori (la Dc) di allacciare trattative, ma nella sua riflessione sulla mancanza in quel momento della parola, possiamo intuire qualcosa di più: era alla portata di tutti, ma non vi si volle ricorrere, la soluzione più riflessiva e lungimirante di non uccidere Moro e di lasciare che tornasse deluso al suo partito.

Anche Anna Laura Braghetti nel suo libro, accennando a un dialogo con Balzerani, sostiene che “l’idea d’interrompere la guerra e ritrovare lo spazio per fare politica senza fucile era anche nella testa dei capi brigatisti” (Anna Laura Braghetti Paola Tavella, Il prigioniero, Feltrinelli, Milano 2003, pag 128) e non manca di far riferimento alle preoccupazioni per il diminuito consenso delle azioni brigatiste presso la massa della popolazione. “I sequestri compiuti dalle Br almeno fino a quello di Moro non avevano lo scopo di uccidere ma solo di far cogliere che la vendetta può sempre cadere sui ‘nemici del popolo’ che si oppongono all’avvento della Rivoluzione.

Nel racconto che Franceschini fa del sequestro del giudice Sossi, gestito da Franceschini stesso, bene si capisce come lo scopo che sarà identico nel caso di Moro, fosse quello di far confessare all’imputato, in un ‘processo popolare’, tutte le sue malefatte, commesse per impedire che divenisse più forte il movimento operaio” (Voltolin, pag 119). Mentre i sequestri precedenti erano stati accompagnati dalla percezione del consenso da parte delle Br, nell’ultimo questa sicurezza era venuta meno. Eppure, in caso di rilascio dell’ostaggio, per Moretti sarebbe finita la lotta armata e questo era diventato inammissibile: “la lotta armata pare non solo un fine in sé ma anche un modo per annullare una separazione tra sé e il padre”, fra sé e il sommo bene. L’afasia implicita nella vendetta del padre non sarebbe più tale se il padre amato fosse superato in senso dialettico. Qui si rivela l’importanza della posizione depressiva secondo Bion, grazie alla quale si arriva alla “consapevolezza che l’onnipotenza e la violenza per le quali le parole sono superflue debbono essere abbandonate e che una situazione nuova, la separazione dall’altro materno è ormai avvenuta e non è annullabile.” (Voltolin, pag 54).

 

*Per essere più precisi all’interno del ceppo cattolico la scelta fu largamente motivata da una lunga storia, secoli di storia del cristianesimo, ricco al suo interno di eresie, scissioni, appelli al ritorno al messaggio originario, in quegli anni specificatamente attraversato dalla Teologia della liberazione, dall’esperienza dei Tupamaros e delle missioni latinoamericane, in cui apertamente si era arrivati a sostenere che non sempre è giusto porgere l’altra guancia, in alcuni casi bisogna agire in difesa degli oppressi. La Chiesa di Cristo, del Figlio, degli umili fu quella cui si sentivano di appartenere per esempio Margherita Cagol e Angela Vai.

 

** Nell’opera Il nostro mondo adulto  Melania Klein parla dell’Orestiade di Eschilo: “Nelle analisi dei bambini piccoli ho scoperto un Super-Io spietato e persecutorio, che coesiste con il rapporto con genitori amati e perfino idealizzati.” (pag 39). Oreste non è in grado di sopportare una visione non idealizzata dei genitori. Si identifica con il padre da vendicare Agamennone, ucciso dalla madre Clitemnestra e dal suo amante al ritorno in patria di Agamennone, a sua volta peraltro autore in precedenza di vari misfatti, fra cui il sacrificio della figlia Ifigenia atto a favorire la vittoria nella guerra di Troia. “Questa identificazione con il padre è di tipo proiettivo giacché lo scopo non appare quello di assumere su di sé alcuni aspetti suoi, bensì quello di risolvere l’invidia nei suoi confronti attraverso l’idealizzazione.” (pag 55).

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