top of page
zefira
Zefira
di Gioacchino Criaco

Recensione di Francesco Idotta

 

In Zefira Gioacchino Criaco crea una narrazione d’attesa, in cui la parola è un elemento perforante, che permette di spingersi tra le spire di un animale strisciante e senza scrupoli. L’autore attende che gli eventi giungano sulla punta della penna e si spalmino sulla carta, come sangue. Esumare la verità di una storia millenaria è quasi impossibile: troppe sono le varianti; tuttavia il tentativo di chiarirne i meccanismi, almeno i più recenti, sembra essere il dovere che l’autore si è posto, nell’attimo in cui ha deciso di attendere, insieme a Luca Rustici, il protagonista della vicenda, che gli eventi accadessero, divenissero flusso creativo.

Dalla cruda realtà calabrese, indecifrabile e misterica, Criaco succhia la sua storia.

Il genere dentro il quale inserire questo libro non è ben definito: assomiglia la scrittura di Zefira a un flusso di coscienza… ma le situazioni riportano alla tradizione degli intrecci polizieschi… la cura dei dettagli e la partecipazione emotiva dell’autore farebbero pensare a un romanzo autobiografico… la precisa conoscenza dei luoghi e della mentalità dei protagonisti indurrebbe a pensare a una scrittura figlia di una indagine antropologica… ma non manca il getto creativo del romanziere.

Un libro moderno, in cui la Calabria è vista con gli occhi apparentemente distaccati di un settentrionale. Un uomo dell’ordine… un uomo dalle grandi sofferenze personali, il quale, suo malgrado, si ritrova a scartabellare in un archivio polveroso… nel tentativo di districare una matassa, volutamente ingarbugliata… aggrovigliata da mani esperte, capaci di avviluppare situazioni e persone… in una stretta mortale.

Raccapricciante paesaggio, quello di Zefira, un contesto in cui gli uomini conducono la loro lotta per la sopravvivenza… uomini all’apparenza miti e generosi, i quali hanno l’inconscio segnato dalla violenza… basta toccare un tasto, per riportare alla coscienza quanto dorme nella foresta… una belva sanguinaria, mai timorosa di azzannare alla gola la preda. 
La Calabria di Criaco è veramente così terribile?... sembra proprio di sì. Non esiste una salvezza, nemmeno nell’arte… pure l’arte è usata e abusata, con l’unico fine di volgere gli eventi a proprio vantaggio.

Il malavitoso di Criaco è un uomo che sta nell’ombra, tra le montagne, alla periferia. Abita montagne e marine dal fascino incontestabile, capaci di ammaliare le anime settentrionali, come quella di Luca e di un pilota tedesco, caduto su un Aspro-monte durante la seconda guerra mondiale e incapace di separarsi da quella terra che lo aveva richiamato a sé con tanta forza.

Sono strani gli abitanti di Zefira, sono mafiosi, ma non pensano sia una cosa di cui vergognarsi… essere mafiosi è un punto di onore, non tutti possono appartenere a quella misteriosa e sacra famiglia, in cui i sacrifici agli dei si fanno col sangue. Non c’è vita che valga più del potere… non c’è persona che, amica fino a un minuto prima, non possa essere bersaglio per un colpo di pistola… se il mistero lo esige… se il territorio deve essere difeso…

Il bene e il male vanno a braccetto… in una commistione che non consente il minimo errore. Può mai il figlio di un malandrino scrollarsi di dosso questa croce? Potrà mai liberarsi dall’onta dell’odio che ha armato la mono dei padri, i quali hanno versato sangue e sudore?

Il percorso pulito di un figlio di questa terra deve essere ribadito in ogni istante… si deve filare dritto… basta una contravvenzione per ricaricarsi dell’onta, la quale è come un tatuaggio: forse può essere nascosto, ma non eliminato… non del tutto, almeno.

Qui esiste la mala politica, la mala sanità, la mala amministrazione, ci dice Criaco… ancora sentimentalmente legato a Greci e Fenici… ma esiste ancora a Zefira il minimo ricordo di Zaleuco e di Tommaso Campanella? Chi erano costoro?… chi erano?… e chi ha calpestato le spiagge ioniche tra il XV e il XX secolo? perché l’imbastardimento è più forte della mediterraneità?

Il pensiero si è sviluppato ad Atene… non a Sparta… Zefira sembra essere figlia di Sparta, sua alleata nelle guerre, sua debitrice: da lei ha forse appreso il coraggio di versare sangue senza batter ciglio.

È un libro che parla di Mafia, quello di Criaco? Senz’altro, ma non solo! È un’opera letteraria che ha una funzione catartica? Certamente no. Ha una funzione narrativa: racconta una storia per il gusto di raccontarla, come testimonia la nota dell’autore che chiude il libro. Il quale, come ogni narratore che ama raccontare, spera che i suoi personaggi a un certo punto prendano vita e irrompano sulla scena, quasi come un deus ex machina, capace di cambiare la mente del lettore. Ogni narratore, anche il più dissacratore, ha un intento segreto… Criaco sa che l’art pur l’art lascia un godimento forte quanto fugace… quindi, spera che la sua parola continui a perforare la roccia… possa scalfire il volto di coloro che ammazzano il giorno e la notte…

A Zefira il male atavico trova la certezza della sua incidenza sul reale… qui il male si concretizza… ha un odore, come anche il bene… il bene di Criaco ha un odore che piace alle donne, (per citare un passo del libro) un odore che sa di bosco, ma non di rancido, piuttosto di fresco, di pulito.

Non pensiate di trovare un lieto fine… né una triste fine… la fine di questo libro è inconclusa come la vita. La certezza di una scelta e il dubbio dell’errore vivono tra le righe, le quali si fanno beffa delle certezze del lettore. Perché gli assassini di Zefira hanno una coscienza… nel senso che hanno piena consapevolezza del male e del dolore che sono in grado di infliggere, senza battere ciglio.

Qui la morte viene distribuita come se fosse un dono… anche le mamme la danno ai figli… perché, scrive Criaco, le donne sono come le mucche, quando il latte si avvelena somministrano la morte dalle mammelle ai figli…

Ogni figlio di questa terra ha scansato, almeno una volta, la morte, anche senza essersene accorto, perché è difficile individuare “la regola infranta”… e chi l’ha trovata non ha fatto in tempo a trasmetterla ai posteri… solo gli scrittori e i poeti possono cantarla impunemente, perché questo dà onore… e non è infamità… Anche Rosa Balistrieri canta insieme a Criaco il sangue di questa terra… insieme si chiedono chi può fare luce… in questo paradiso in sembianze di inferno, nel quale devi soffrire molto prima di coglierne le delizie…

Un urlo… per dire che Durmimu sutta e filici ‘nta lundi… spettàndu sempri a cui non veni mai… Figghiòli belli chi p’amuri campàti… penzàti e nostri cori disperàti.

Liberaci signore dal Male… questa frase qui risuona ambigua… perché il male, dai signori di Zefira, è perseguito come una possibilità salvifica: loro non vogliono liberarsi dal male, dalla possibilità di infliggerlo. I giovani sembrano voler alzare la testa: urlano contro la delinquenza, ma il loro grido è un canto satanico, un canone inverso, una invocazione al maligno. Come possono i cortei lasciare traccia, se dietro ci sono i discendenti di quella genia, i quali fingono un coro, solo per alzare polvere ed accecare il nemico?

Qui c’è il sovvertimento dei valori: in questo libro lo scrittore ha dato la sua penna alla storia, essa si è scritta e lui, in alcuni casi, ne è uscito spossato, privato di forza. La frase è costruita con immediatezza, solo così, Criaco, ha potuto scompigliare le carte incollate l’una all’altra. Cogliendo di sorpresa i protagonisti li ha trascinati sulla scena e li ha fatti recitare, senza che loro avessero voglia di farlo, per questo risultano spontanei e veri. Animati da quella verità che Criaco spera che il lettore riesca a cogliere nelle sue creature.

Ma che senso ha scrivere di mafia, oggi, oggi che la mafia si è diffusa come un cancro in tutti gli strati sociali? Dalla morte di Sciascia son passati vent’anni, la sua Sicilia è diversa dalla Calabria di Criaco; le indagini dei suoi personaggi sono diverse da quelle di Luca Rustici: il Luca di Criaco è silenzioso come Gitano, il suo cane, ma non per paura, bensì per il desiderio di penetrare nel mistero, col rischio di restare imbrattati di male, perché se non ti insudici le mani non potrai mai individuare la chiave di volta che tiene in piedi questo sistema millenario.

Rustici e Gitano, guidati da una mano invisibile, connettono due storie apparentemente lontane e conducono il lettore da un capanno tra i boschi a un tribunale, piccolo, di provincia, tra le pareti del quale la giustizia è soffocata da una pressione sorprendente; per ritornare alla normalità occorre la camera iperbarica, ma una volta che conosci le profondità e gli abissi non puoi più distaccartene… vuoi toccare il fondo per scoprire di che pasta è fatto il mistero che spinge l’uomo a raggiungere così straordinarie cime di nefandezza.

Qui Criaco sospende ogni giudizio di merito e lascia il lettore a combattere con le sue creature, a interrogarle. I personaggi di Criaco non dicono a tutti, ma solo a coloro che scavano tra le righe, scompigliando le parole del narrato per ricomporre una storia, in cui il male non è un male… ma un personaggio che cerca di sopravvivere…

bottom of page